top of page

C’era una volta Bella Baxter

Immagine del redattore: Federica BiffiFederica Biffi

Tutte (o quasi) le storture del mondo in cui viviamo possono essere oltrepassate. Non so se è la realtà, ma è quello che mi ha ispirato Povere creature, l’ultimo film di Yorgos Lanthimos uscito di recente al cinema, raccontando una storia (retro)futuristica, che, pur prendendone dei tratti, decostruisce ogni principio fiabesco. “Siamo noi i nostri mezzi di produzione” è la frase che dice Bella Baxter (Emma Stone) durante la sua ‘era socialista’, quando si trova a Parigi. Ed è proprio qui che prendo consapevolezza. È in una citazione a Marx l’hype della parte (forse) più attrattiva del film, o perlomeno per la mia idea, che coincide anche con un importante snodo: per soddisfare il suo bisogno personale di sesso e soldi, la protagonista inizia a lavorare in un bordello (sembrava una fiaba, e invece). La questione del sex work è al centro di questo ‘capitolo’ del film, un aspetto rivendicato in modo tagliente e ironico – e anche estremamente convinto – dal personaggio, che esibisce un atteggiamento tipico di chi ha attraversato le offese, i difetti, le contraddizioni del mondo e, in qualche modo, prova a trovare il proprio posto. 


Mi aspettavo una risposta dal pubblico diversa, tante critiche, che comunque sono sempre utili. E invece il film ha convinto (più o meno) all'unanimità. Pregno di un rigido umorismo e da movimenti goffi alla Wes Anderson, artificioso e dalle atmosfere visionarie, la pellicola si inserisce a pieno nella condizione postmoderna (Jean-François Lyotard) in cui le immagini, la scenografia, i meccanismi di finzione invitano il pubblico ad accettare un patto narrativo che risulta, paradossalmente, intensamente realistico. Il racconto segue l’evoluzione di Bella e del suo percorso verso l’emancipazione, madre e figlia allo stesso tempo, morte e rinascita: una versione moderna e audace della creatura di Frankenstein, con il cervello di quello che era il suo feto trapiantato nel suo corpo (il taglio è sulla testa, ma i capelli che rasentano il suolo lo nascondono, e il volto non è sfigurato). Il salto di Bella, incinta, nel fiume, non segna una fine, ma un grande inizio, quando a riportarla in vita è proprio Godwin Baxter (è lui ad avere i tagli sul viso, il creatore, Willem Defoe).



La messa in scena tramanda una pluralità di livelli di senso, nuove sensibilità, stili espressivi: mentre a livello plastico sembrano succedersi citazioni stilistiche, come quella a Escher (il fish eye e il bianco nero), e un ballo alla Pulp Fiction, ma sconclusionato, a livello contenutistico si va oltre gli stilemi ideologici del femminismo o dell’empowerment, sbeffeggiando al mito patriarcale dell’oggettivazione della donna. Bella è un archetipo. Ma seppur ancora lontano dai nostri luoghi comuni, il regista riesce a far empatizzare - qualsiasi cosa arrivi - e capire che è giusto e accettabile (anche) così. Nel suo percorso libertario, spudorato e genuino, non c'è senso di colpa o vergogna, ma solo il desiderio di ascoltarsi e soddisfare le proprie necessità, di qualsiasi natura esse siano. 



Come sarebbe una vita senza convenzioni?


I vestiti sono l’espressione della generazione del suo sé, da quando camminava come un cyborg – programmata e disfunzionale – fino a quando sceglie di sposarsi: l’abito bianco la rinchiude – una sposa cadavere – il velo bianco le avvolge il volto e le maniche a sbuffo sono giganti. Pare che l’obiettivo fosse quello di metaforizzare il senso di trappola che la vita matrimoniale rappresenterebbe per lei (o il matrimonio per come lo conosciamo noi, nella gioia e nel dolore). Il cambio di abiti segna anche la svolta che la conduce al periodo da sex worker: da questo momento, Bella abbandona gli indumenti dai toni neutri e pastello e i volant per prediligere costumi più rigidi e scuri, insieme con una lingerie elegante e sensuale.



Povere creature è una celebrazione della libertà e della spregiudicatezza, che oltrepassa lo status quo; è il grottesco che fa da sfondo ai drammi più esistenziali e logoranti. Non vuole fare la morale, e neppure predicare su come si devono fare le cose; vuole dire che noi siamo le nostre possibilità, che possiamo migliorare, avere capelli lunghissimi e desideri demodé. Come sarebbe se facessimo tutto per la prima volta? Se conservassimo la meraviglia in ogni nostro giorno? Lanthimos non lascia domande e perplessità, ma convince, fino all’ultimo, che un mondo diverso, sensazionale, può esistere. E lo fa con tutto lo splendore che il cinema riesce a trasmettere. 



Federica Biffi

 
 

Comentarios


bottom of page